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Resilienza atlantica

Resilienza atlantica. Il ministro Guerini conferma un budget da 24 miliardi di euro e l’appartenenza del paese all’atlantismo della Nato. Sullo sfondo la presunta minaccia rappresentata da Russia e Cina, ma smentita dai numeri sull’incremento degli arsenali, e le alleanze militari con i regimi peggiori

L’atlantismo va “rinforzato” ha dichiarato Draghi al vertice straordinario europeo tenutosi lo scorso 25-26 febbraio. La riconferma nella nuova compagine di governo di Lorenzo Guerini (PD) al ministero della Difesa ha rappresentato senza dubbio una garanzia in questo senso. Nel presentare il bilancio pluriennale del suo dicastero il ministro competente in “atlantismo rinforzato” ha infatti chiarito che vi sarà “continuità, una naturale prosecuzione del lavoro iniziato col precedente governo” e che “l’azione promotrice dell’Italia, verso lo sviluppo e l’acquisizione di capacità militari europee, assolutamente necessarie, deve essere interpretata quale naturale e coerente azione di rafforzamento del pilastro europeo dell’Alleanza, a conferma dell’indissolubilità del rapporto transatlantico”. No quindi alla “radicale” visione francese della così detta “autonomia strategica” europea che Macron vorrebbe sganciare progressivamente dallo stretto legame atlantico mettendo sul piatto le proprie capacità nucleari e di proiezione di forza, “meglio impiegare i fondi nella ricerca e nello sviluppo e garantire il posizionamento strategico e la competitività dell’industria nazionale, nei principali consessi operativi europei” chiarisce Guerini.
Nel pieno di una crisi socio-sanitaria epocale l’Europa, e con essa I’Italia in prima fila, preme quindi l’acceleratore sul riarmo. Lo dimostrano gli stessi budget per la Difesa dei singoli stati membri in decisa e disinvolta crescita e i vari fondi e programmi comunitari rivolti al sostegno dell’industria militare.
Il bilancio della Difesa italiano conferma il trend: 24,6 miliardi di euro (+ 1,6 rispetto allo scorso anno) con una particolare attenzione alla Funzione difesa che comprende principalmente gli investimenti in tecnologia. Tutto ciò senza considerare i dati definitivi che dovrebbero arrivare dal Mise (sempre rivolti all’industria) e dal Mef per ciò che riguarda il sostegno alle missioni internazionali.
Le analisi di scenario che dovrebbero giustificare questo riarmo hanno per fondamenta un grottesco capovolgimento della realtà: la nostra “sicurezza” sarebbe insidiata dalla Russia, dalla Cina e da una generica “instabilità internazionale”. Ma se questa instabilità internazionale, questa “guerra mondiale a pezzi” è nella maggior parte dei casi il risultato diretto o indiretto dello spregiudicato e aggressivo interventismo euro atlantico, basta un dato per spazzare via la narrazione tossica secondo la quale Europa e Stati uniti (più una variopinta gamma di alleati impresentabili), sarebbero minacciati dall’aggressività russa e cinese.
Il dato in questione ce lo fornisce uno studio pubblicato lo scorso dicembre dal Sipri di Stoccolma: il mercato mondiale di armi e sistemi d’arma nel 2019 (quindi l’ammontare delle vendite delle industrie belliche) è controllato da multinazionali occidentali per l’80,4% mentre Russia e Cina si contendono il rimanente 19,6%. I ricercatori del Sipri sostengono inoltre che “le compagnie cinesi e quella russa comprese nello studio esprimono una presenza internazionale molto limitata”. Niente di paragonabile insomma con ciò che fa il blocco atlantico che coinvolge direttamente nella propria filiera industriale militare decine di Paesi in ogni continente. Chi minaccia chi?
Di certo questo dato non viene preso in considerazione da Guerini quando parla di “riqualificare il dibattito politico sulla Difesa” perché sarà invece necessaria “la riqualificazione della spesa, la certezza delle risorse finanziarie (…) in un’ottica di valorizzazione e sviluppo delle capacità tecnologiche e industriali nazionali, nonché di supporto all’export, in un trend di crescita graduale e strutturale degli investimenti”.
E’ l’ennesimo assist all’industria bellica di bandiera, di cui il ministero della Difesa è diventato formalmente agente di commercio con la norma Government to Government introdotta dallo stesso ministro nei primi mesi di attività nel governo Conte bis.
Alessandro Profumo, ad di Leonardo, nel presentare lo scorso 9 marzo il bilancio 2020 della multinazionale che dirige, ringrazia implicitamente per ciò che è stato e per ciò che evidentemente sarà nonostante la crisi generalizzata: “I fondamentali di business e le prospettive di medio/lungo termine rimangono invariati (…) e Leonardo conferma la sua resilienza con una performance commerciale che si mantiene sugli stessi livelli dello scorso anno, beneficiando di ordini in ambito governativo/militare da parte dei clienti domestici”.
Una resilienza “dorata” e atlantica, quella di cui parla Profumo e garantita da porte girevoli, generali dei servizi segreti posti alla presidenza dell’industria, export blindato dal ministero competente e da alleanze strategiche con i peggiori regimi, ricerca finanziata con denaro pubblico, commesse assicurate da una belligeranza permanente, ma soprattutto sigillata da un parlamento trasversalmente muto.

 
Gregorio Piccin 

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