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NATO

La gabbia della NATO

L’Italia è un Paese belligerante da trent’anni (prima guerra del Golfo, 1991): è secondo per effettivi ed assetti militari inviati all’estero nel quadro delle missioni Nato dopo gli Stati Uniti, nono nella “top ten” mondiale per produzione di armi e sistemi d’arma e quinto avamposto militare statunitense a livello globale.

I nostri porti sono un nodo strategico nella logistica dei trasferimenti globali di armamenti mentre Camp Darby, che si serve del porto di Livorno, è il più grande arsenale statunitense al di fuori dai confini della madre patria.

L’Italia partecipa al programma “Nuclear Sharing” della Nato addestrando i propri piloti militari al bombardamento nucleare e custodendo decine di testate atomiche sul proprio territorio nazionale (Ghedi ed Aviano).

La spesa militare si attesta tra i 70/80 milioni di euro al giorno in costante aumento. L’introduzione della norma “Government to Government” (Guerini, Conte bis) ha trasformato formalmente il ministero della Difesa in “agente di commercio” dell’industria bellica nazionale. Questa è ufficialmente definita pilastro della politica estera mentre le missioni a cui partecipa l’Italia sono considerate da Alessandro Profumo (AD Leonardo) la migliore vetrina per l’industria nazionale di riferimento. Le stesse forze armate sono diventate co-fornitrici di servizi ed addestramento nelle commesse importanti verso Paesi terzi (aerei, vascelli, missili e radar) garantendo la loro professionalità, presenza, infrastruttura.

La disinvolta sovrapposizione tra “pubblico” e privato, tra fatturati e campi di battaglia ha assunto contorni gravissimi, una vera e propria emergenza democratica/costituzionale creata da una trasversale maggioranza parlamentare che nel corso di questi trent’anni ha guadagnato tutto il parlamento ed accumulato pesantissime responsabilità di guerra.

Dopo la retorica delle “guerre umanitarie” e dell’”esportazione democratica” utilizzata negli anni novanta e duemila per mascherare la nostra belligeranza e farla digerire all’opinione pubblica oggi si parla apertamente di riarmo in funzione della difesa di presunti interessi nazionali nel cosiddetto “Mediterraneo allargato”.

Si tratta di un ritorno, nel discorso ufficiale, all’origine di questa situazione ossia alle ragioni che spinsero il nostro Paese ad adottare il Nuovo Modello Difesa all’indomani della prima guerra del Golfo.

Dopo il 1989 si aprì una fase davvero propizia per la distensione ed il disarmo, una finestra che venne immediatamente sbarrata dagli Stati Uniti i quali chiesero ed ottennero dagli alleati un cambio di postura per le forze armate: non più “fanterie d’arresto” ma corpi di spedizione da integrare in un nuovo standard tecnico-organizzativo di proiezione di forza: la Nato da alleanza difensiva si preparava a diventare apertamente offensiva.

Il modello era (ed è) quello angloamericano basato su professionisti volontari, su una ferma di almeno 4 anni e sulla sostanziale ricattabilità sociale della truppa, tutti requisiti indispensabili per permettere ai governi di gestire operazioni di guerra e occupazione oltre confine (compresa la morte sul campo dei soldati) senza i “fastidi” derivanti dalle dichiarazioni ufficiali di guerra e dalle conseguenti mobilitazioni.

Un ridimensionamento della leva militare/civile, un suo adeguamento democratico (con aumento delle opzioni civili) non venne nemmeno preso in considerazione: la postura eminentemente difensiva che ne sarebbe derivata non era compatibile con la nuova fase di rilancio della “Nato globale” e col nuovo concetto di Difesa che, in barba al dettato costituzionale, ricomprendeva gli interessi nazionali nella difesa in armi del Paese.

La professionalizzazione delle ff.aa è stata quindi la chiave di volta tecnica e giuridica della nostra belligeranza e più in generale della sovversione del diritto internazionale, dello svilimento dell’Onu e di una nuova guerra fredda contro Russia e Cina con annessa corsa agli armamenti (ri)lanciata dal blocco euro-atlantico. Secondo il Sipri di Stoccolma oltre l’80% del mercato globale di armi e sistemi d’arma è controllato da multinazionali statunitensi ed europee.

L’Unione Europea ha aperto da anni una fase di riarmo sostenuta con fondi e programmi comunitari (PESCO, EDF) e dai singoli Paesi aderenti. Ma la così detta “autonomia strategica” si risolve in un assist poderoso all’industria bellica e più recentemente nell’idea di mettere in campo una forza di reazione rapida di circa 6000 uomini come espressione dello scomposto neocolonialismo del vecchio continente.

Nel discorso ufficiale questa “autonomia strategica” dell’Europa viene sempre intesa interna alla Nato ma soprattutto distante da un qualsiasi minimo ruolo continentale di distensione, disarmo, cooperazione.

In una situazione del genere non esiste al momento nel nostro Paese un dibattito pubblico qualificato e propositivo sul comparto Difesa. Il movimento pacifista nelle sue componenti principali non si pone il problema dell’adesione alla Nato né del modello di Difesa che ne sta alla base e della strutturale belligeranza che ne deriva.

La legittima e sensata richiesta di riduzione delle spese militari non pare essere sufficiente ad aggredire lo stato di fatto. Prospettare e chiedere una riduzione della spesa rivolta alle tecnologie offensive di punta senza toccare la forma professionale delle forze armate (e l’adesione alla NATO) è come avere una macchina da corsa e poi pretendere che funzioni col motore di una utilitaria.

Un dibattito all’altezza della estrema gravità della situazione (caos climatico compreso) dovrebbe partire da una revisione/ribaltamento dei concetti stessi di “Sicurezza” e “Difesa” per concentrarsi su una proposta di riforma organica di tutto il comparto: riassetto delle ff.aa in funzione difensiva/territoriale sviluppando concrete sinergie col settore civile nelle emergenze ambientali; ripristino della Guardia Forestale come corpo civile di polizia ambientale; adeguamento della mission di Leonardo alle nuove necessità delineate dalla riforma strutturale del comparto.

Riportare la forma ed il senso delle nostre Forze armate nell’alveo costituzionale, al di là dell’aspetto etico, dovrebbe quindi permettere un enorme risparmio di risorse e di logistica ed un più utile e razionale impiego di mezzi e uomini nella lotta ai cambiamenti climatici ed alle conseguenti crisi ambientali.

Volendo recuperare anche l’aspetto etico, preponderante rispetto a quello meramente strumentale, risulta indispensabile assumere un approccio organico e propositivo alla questione che sappia andare oltre la contestazione (storicamente ridotta ai minimi termini) e che permetta di intervenire sulle nostre pesantissime responsabilità di guerra.

Tutto ciò nella più ampia prospettiva politica di costituirsi come un polo neutrale all’interno dell’Europa stessa con forti capacità di attrazione sia verso Paesi europei non legati al mantenimento di politiche neocoloniali, sia verso il Mediterraneo, sia verso Paesi ubicati in altri continenti ricchi di risorse ma alla ricerca di nuove tecnologie, di scambi equi e di cooperazione: un grande, incerto ma indispensabile ricollocamento strategico.

Il tema di una riforma strutturale dello strumento militare dovrebbe essere posta come punto costituente al pari della revisione dei trattati di Maastricht e Lisbona, della struttura e natura della Bce, ossia di tutte le questioni che hanno a che fare con il recupero ed il rilancio della sovranità democratica e popolare.

Per ciò che riguarda l’Italia questa riforma consentirebbe di agire su diverse questioni:

  1. renderebbe le Forze armate strutturalmente inservibili alla Nato, ad operazioni di guerra e occupazione, più in generale ad un profilo neocolonialista;
  2. “accontenterebbe” il terzo settore con la reintroduzione dell’obiezione di coscienza (istituto di civiltà universale e linfa vitale del no profit);
  3. permetterebbe una conversione della logistica e della organizzazione militare verso una immediata ed efficace compatibilità con la Protezione civile;
  4. permetterebbe di aprire un ragionamento meno bellicista sul futuro di Leonardo;
  5. porterebbe ad un consistente risparmio di risorse nel quadro di nuove sinergie d’impiego civile;
  6. sarebbe coerente con una revisione/rescissione degli accordi bilaterali che regolano la cessione di territorio nazionale per basi e strutture straniere;
  7. sarebbe funzionale alla definizione una nuova politica estera e commerciale basata sulla cooperazione strategica piuttosto che sulla difesa in armi degli interessi strategici con ciò ridimensionando concretamente le cause delle tragiche migrazioni umane a cui stiamo assistendo.

La crisi economica, l’incessante susseguirsi di emergenze ambientali, i costi del nostro avventurismo militare hanno già modificato la fiducia popolare nel “tricolore armato” spedito per il mondo al seguito degli statunitensi.

Se si agisse sulla sfiducia strumentale in questo modello di Difesa prospettando una alternativa credibilmente più utile, razionale e meno costosa si potrebbe incrociare anche il favore di quegli enti locali e dei loro sindaci che in tutti questi anni si sono trovati ad affrontare le emergenze ambientali e gli eventi calamitosi con mezzi inadeguati.

L’effetto potrebbe essere in grado di increspare non poco la linearità del folle piano egemonico che continua a sovrastarci indisturbato.

Gregorio Piccin 

 

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