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ItaliAfrique:

chiamata alle armi e agli affari, nel Sahel il signorsì dell’Italia a Macron

Lo scorso martedì il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, è andato a Parigi per incontrare la sua omologa Parly e concludere affari e impegni militari.

Affari e impegni militari fanno ormai parte della stessa partita: lui stesso è stato l’artefice della norma “Government to Government” che ha trasformato il suo dicastero nell’agente di commercio dell’industria bellica nazionale.

«La relazione tra Italia e Francia è solida ed efficace e la nostra collaborazione sulla scena internazionale può certamente dare un contributo significativo», così ha commentato l’esito dell’incontro il nostro ministro. «La nostra cooperazione nel settore difesa è costellata da numerosi successi sia a livello bilaterale che multilaterale» ha dichiarato Guerini dicendosi «favorevole allo sviluppo di future iniziative che possano coinvolgere le industrie nazionali in programmi comuni».

In effetti tra cantieristica militare, batterie missilistiche ed il programma franco-tedesco per il «carro armato del futuro» in cui il ministro vorrebbe infilare una partecipazione per l’industria nazionale, i rapporti tra Parigi e Roma si stanno allineando su diversi dossier. Sulla Libia Macron sta ammorbidendo la sua “alterità”, dopo avere incassato un sostegno alla sua chiamata alle armi in Sahel.

È infatti a sud del Sahara che questo allineamento si sta già concretizzando con una profusione di truppe (e risorse). È da poco arrivata in Mali la prima quota di militari italiani (dei 200 previsti) che parteciperà alla task force Takuba a guida francese. Ma se Guerini aveva annunciato questo impegno lo scorso anno, a pandemia appena esplosa, presentandolo come un intervento di capacity building, oggi è chiaro che si tratterà di un’operazione di contro-terrorismo «con finalità risolutive e ultimative nei confronti della minaccia jihadista che interessa l’area» come le ha definite recentemente il generale Bertolini, già comandante del Centro operativo interforze e della brigata paracadutisti Folgore.

Non si tratterà quindi di “semplice” addestramento delle truppe maliane, ma di ingaggio «risolutivo». Forse anche per questa ragione la Germania si è defilata da Takuba.

Da Parigi Guerini invece rilancia, annunciando che a partire dal prossimo luglio l’Italia costruirà una propria base in Niger dove è già presente con 295 militari, 160 mezzi terrestri e 5 mezzi aerei.

Una base che mancava all’Italietta che sgomita per infilarsi nell’asse franco-tedesco e ambire ad essere riconosciuta “terza”, dimostrando le sue doti combattenti (tutti orgogliosi per il comando del contingente Nato in Iraq…) e industriali.

Il nostro ministro della Difesa, giocando di sponda tra una indiscutibile sottomissione atlantica e le pur “ghiotte” opportunità che offre la piattaforma di proiezione militare francese, mette a sistema il comparto militare industriale: nuove basi, missioni (e vetrine belliche), nuovi programmi, addestramenti, forniture.

Solo una settimana fa, di fronte alle commissioni Difesa di Camera e Senato, Guerini evidenziava «come capacità militari all’avanguardia non siano solo garanzia di sicurezza e libertà, ma anche fondamentale fattore di resilienza e sovranità». La sicurezza e la sovranità dei fatturati dell’industria di riferimento.

 
Gregorio Piccin 

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